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IRENEO ALEANDRI
Luca Maria Cristini
La lunga vicenda personale di Ireneo Aleandri ebbe inizio
a San Severino, ove nacque il giorno 7 Aprile 1795 da Luigi e Vittoria
Mazza. Dopo aver frequentato il Liceo a Macerata, si trasferì nel
1814 a Roma per frequentare i corsi dell’Accademia di San Luca,
guidata in quegli anni dallo scultore Antonio Canova e dove seguì
in particolare gli insegnamenti di Giuseppe Camporese, nella classe di
architettura pratica e di Raffaele Stern in quella di architettura teorica.
Compiuti gli studi nella Capitale, fece ritorno nella città natale
per intraprendere la sua lunga attività professionale, che può
essere suddivisa in tre fasi ben distinte e legate alle città in
cui il professionista visse ed operò. Durante la prima fase, che
va dal 1819 al 1833, l’Aleandri risiedette a San Severino, dove,
con il fratello Giuseppe, si occupava anche della gestione della loro
fabbrica di vetri. Risalgono a questi anni alcune fra le più significative
opere del professionista settempedano; in particolare la porta di San
Lorenzo (1820), il palazzo Margarucci (1822), il teatro dei Condomini,
oggi Teatro Feronia (1823), la chiesa di San Paolo (1828), la chiesa di
San Michele (1830) e la torre dell’orologio (1832), tutte quante
nella città natale. Negli stessi anni l’Aleandri fu impegnato
anche in due importanti progetti fuori San Severino: lo Sferisterio di
Macerata (1823), considerato il suo capolavoro ed una tra le più
sorprendenti architetture italiane dell’Ottocento, e Villa Caterina
al Lido di Fermo (1825), commissionatagli dal principe Gerolamo Bonaparte.
Gli impegni di quegli anni non impedirono al poliedrico architetto di
dedicarsi ad attività culturali al di fuori della professione;
si deve infatti a lui la fondazione a San Severino di un’accademia
di declamazione che svolgeva le proprie sessioni in un teatrino ligneo
realizzato su suo progetto, oggi purtroppo perduto. Tra il 1833 ed il
1857 l’Aleandri ricoprì l’incarico d’ingegnere
capo del Comune di Spoleto e quindi della Delegazione Apostolica che aveva
sede nella città stessa, occupandosi principalmente di strade,
ferrovie, acquedotti e ponti; tra questi ultimi va ricordato il grandioso
progetto per il viadotto di Ariccia (1846) conosciuto come l’ultima
grande struttura del genere costruita in muratura. Altre sue importanti
opere nel campo ingegneristico furono la realizzazione dell’acquedotto
della Darsena a Spoleto, il progetto della linea ferroviaria Ancona-Roma
per il tratto compreso tra Foligno e Orte e la razionalizzazione della
rete stradale della delegazione di Spoleto. Per quanto concerne l’aspetto
urbanistico, va a lui poi il merito di aver risolto l’annosa questione
dell’ammodernamento viario di Spoleto con il progetto della cosiddetta
Traversa interna (1834), ancora oggi asse portante della viabilità
cittadina. Pur essendo in quegli anni quasi completamente assorbito da
queste attività, egli non trascurò di dedicarsi all’architettura,
progettando il teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno (1839) ed il Teatro
Nuovo a Spoleto (1853).
In tema di edifici sacri disegnò poi le nuove facciate per la chiesa
collegiata di Otricoli (1840) e per la chiesa di Santa Maria delle Grazie,
oggi meglio conosciuta come Santuario di San Pacifico, a San Severino
(1842).
L’Aleandri trascorse l’ultimo periodo della propria vita a
Macerata, ove si trasferì nel 1857 per assecondare le ultime volontà
dello zio materno Nicola Niccolai, il quale lo aveva nominato suo erede
universale. In quegli anni la notorietà dell’architetto era
grandissima e ciò gli garantì incarichi professionali di
ogni genere ed incarichi amministrativi di tutto rilievo. Ma egli, ormai
ultra sessantenne, era quasi completamente assorbito dall’amministrazione
del cospicuo patrimonio ereditato e dedicò sempre meno tempo all’attività
professionale, declinando molti impegni. Sono di questo periodo il progetto
non realizzato per la porta Romana a Macerata (1858), quello per il Cimitero
Comunale di San Severino (1859) e i piani per i teatri di Montelupone
(1869), Sant’Elpidio (1870) e Pollenza (1873).
La stretta amicizia che lo legava a Nicola Luzi fece si che l’Aleandri
frequentasse spesso la villa di Votalarca per il cui giardino, tra le
altre cose, progettò il curioso “Carcere di Cajostro”
(1858) ed un padiglione “alla cinese”. Membro per quasi un
ventennio della Commissione dell’Ornato pubblico di Macerata, si
occupò di redigere il regolamento edilizio della città.
L’architetto morì a Macerata il 6 marzo 1885 dopo che la
città, nel 1880, gli aveva dedicato una mostra e gli aveva conferito
una medaglia d’oro per celebrare i risultati raggiunti nella sua
lunga attività professionale.
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